Il progetto culturale

Gian Paolo Piccolo - Direttore della Cappella Musicale della BASILICA di SAN MARCO in Milano dal 1992 al 2009

Dagli atti del forum "L'arte, suo significato e valore per l'uomo moderno" - 15 febbraio 2003 presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore in Milano.
 
LO STRANO CASO DEL SIGNOR HAYDN, CONTRADDIZIONI NELLA CULTURA MUSICALE CONTEMPORANEA 
 
 
Tentare di rispondere in pochi minuti ad un simile quesito è ovviamente cosa impossibile, e credo che lo sia anche avendo tutta la vita a disposizione. Per fortuna! Tuttavia, chi come me ha deciso di dedicare la propria professione, e buona parte della vita, all'arte, ha se non altro la fortuna di confrontarsi spesso, se non quotidianamente con problemi talmente inutili quanto affascinanti e coinvolgenti. Non intendo quindi, né posso, offrire un contributo scientifico a questo dibattito, mi limiterei invece alla narrazione dell'esperienza personale che sto vivendo nella Cappella Musicale di S. Marco, un'esperienza straordinaria almeno per il mio spirito, seppure estremamente faticosa per l'impegno, un leggero giogo, un soave fardello.
Nella primavera del 1991 assunsi l'incarico di direttore del Coro Polifonico della Chiesa di S. Marco. Avevo un discreto curriculum concertistico sia come solista che come direttore ma soprattutto una più che ventennale esperienza in campo liturgico, avendo iniziato a cantare nel coro di voci bianche a 7 anni, in un ambiente di quasi ormai scomparsa serietà. Il partecipare, forse allora inconsciamente, assieme ad altre decine di persone a creare musica non in una situazione dai freddi rituali codificati come quella del concerto, bensì all'interno di una liturgia, dove ogni brano, sapevo bene, aveva una collocazione precisa di significato e proprio ciò gli infondeva una particolare bellezza, fu un'esperienza per me fortissima. E quando quasi trentenne arrivai in S. Marco non potevo certo scrollarmi di dosso questo "imprinting", ma una maturata coscienza intellettuale mi portò a intuire che quell'incarico portava con sé una triplice responsabilità: in primis liturgica. La scelta di ogni brano deve sempre rispondere a precise esigenze di testo, e se ciò è ovvio per l'ordinario, per ciò che riguarda il proprium missae, cioè quei brani che variano in funzione del periodo e sono appunto propri della liturgia del giorno, purtroppo e troppo spesso si assiste ad una scelta quantomeno poco coerente, e alludo qua solo agli aspetti testuali! Il problema era ed è quindi quello di una totale coerenza "funzionale" nella scelta dei brani.
Vi era, ed è, una responsabilità artistica: scelti i brani in funzione dei testi e degli argomenti, questi devono rispondere assolutamente a criteri artistici ovvero devono essere musicalmente belli e quindi anche ben scritti. Ora sul concetto di bello in musica, nell'arte in genere, si è scritto molto, probabilmente troppo, né è mia intenzione qui ed ora entrare in questa disputa. Brevemente però mi permetto di sottolineare almeno un aspetto per così dire ancora funzionale: se è vero che la musica ha una straordinaria capacità di immediatezza, e ciò non credo abbia bisogno di alcun suffragio, allora al limite dovrei comprendere il testo di un brano, il suo significato, pur non distinguendo ogni singola parola. Mi spiego con alcuni esempi: nel credo della Waisenhaus-Messe di Mozart, il Crucifixus si apre con quattro trombe con sordina e i timpani che ribattono la medesima nota per 8 volte e a questo particolarissimo espediente fonico rispondono archi e tromboni con una straziante dissonanza: questo espediente procede per 5 battute prima che il coro pronunci la parola Crucifixus: è chiaro che anche il più distratto dei fedeli vedrà il suo torpore scrollato al richiamo di un simile effetto; così nella cantata 82 di Bach, alle parole Ich habe genug, pronunciate dal vecchio Simeone con una gioia densa di malinconia, fa eco il leggero canto di un oboe nel quale non è difficile riconoscere la voce di Anna. Ora è lungi da me la tentazione di ridurre il bello ad una dimensione meramente simbolica o evocativa tanto più citando ad esempio la cantata 61 Nun Komm, cantata per la I domenica di avvento, dove Bach non concede certo nulla ad una evocazione immediata, infatti è costruita interamente sui numeri 7 e 14: cioè il tema è di 7 note e appare 7 volte, la frase musicale è di 7 battute, le parole più importanti appaiono 7 o l4 volte, l'amen fìnale è costruito su una scala, 7 note ed è lungo 14 battute (cfr. Matteo I 1-17). È chiaro che tutto ciò non è di immediata comprensione, eppure le simbologie baachiane, e non solo, esercitano uno straordinario fascino su chi ascolta. Quando parlo di bello intendo almeno una affascinante coerenza tra testo e musica che credo non possa nascere che da una profonda interpretazione da parte dell' autore del testo stesso. Bello è ciò che ci affascina, ci attrae, forse ci turba, ma sicuramente rimane dentro di noi rinviandoci all'assoluto.
Infine una responsabilità culturale: perché grandi autori e grandi opere devono essere appannaggio esclusivo di cosiddetti professionisti e di occasioni meramente "museali" (ovviamente nell'accezione più negativa)? Perché auto-ridursi a passivi ascoltatori di una liturgia laica come oggi è il concerto?
È inoltre mia ferma convinzione che la musica, per la sua natura effimera, richieda all'opposto una pratica costante e continua: ho visto in tanti anni sia in coristi che professori d'orchestra, nei miei assistenti e in molti miei collleghi una dedizione, un impegno che va oltre l'hobby o la professione. Tutto ciò richiede una risposta intelligente, che soddisfì un bisogno profondo.
Con estrema umiltà, e nella consapevolezza di trattare capolavori musicali straordinari, ho cercato di coniugare queste tre esigenze riportando i grandi capolavori nella musica sacra nella loro sede originaria: la liturgia. In ciò avendo un unico principio guida: la bellezza è il profumato percorso verso l'assoluto. In questo ho sicuramente avuto la fortuna di incontrare persone di enorme valore culturale e particolare sensibilità per l'arte, e a loro si deve la continuità di questo progetto che dal '91, vede presentare durante le messe solenni, o nei periodi forti, capolavori di musica sacra, messe, cantate, oratori, mottetti dal gregoriano alla musica elettronica, da Mozart alla Missa Luba. Il mio compito è stato ed è quello di cercare opere che rispondano a queste esigenze: una ricerca e uno studio affascinanti che mi hanno portato a scoprire capolavori raramente eseguiti come alcune piccole messe di Mozart (che poi si scopre egli stesso considerava meglio scritte di tanta altra sua musica) come la K 192, o appunto la già citata Waisenhaus-Messe; lo stupore poi di ascoltarle, come le cantate di Bach o di Telemann o il Messiah di Handel, non di seguito come in un concerto, ma smontate e ridistribuite nella liturgia, è straordinario: queste opere recuperano una forza espressiva inaspettata e una bellezza assolutamente sconosciuta alla monotonia del concerto.
Questa operazione rivoluzionaria e restauratrice nello stesso tempo, mi ha portato ad un'altra esperienza veramente illuminante: F.J. Haydn. Ogni volta che ho affrontato e proposto opere di Haydn ho ricevuto una gratificazione interiore, intima e un ringraziamento soprattutto da chi le ha eseguite o ascoltate con attenzione, perché avevano conosciuto un'opera ingiustamente trascurata, un'opera che invece offre momenti di rara bellezza e profondità. Mi turba profondamente vedere folle che si accalcano per ascoltare il requiem di Mozart, dimenticandosi più o meno consciamente, che l'ha scritto Sussmayer, almeno per il 70% e neppure troppo bene: Sanctus e Benedictus, ad esempio sono completamente di suo pugno e per altro con numerosi errori! Eppure Sanctus e Benedictus si eseguono pur non essendoci alcuna necessità liturgica! (o forse vi è una liturgia laica, appunto, coi suoi riti, i suoi simboli, spesso la sua vacuità). Queste folle si accalcherebbero anche per ascoltaare la Theresienmesse, la Nelson-messe o quello stupefacente capolavoro della Missa in Tempore belli (ahinoi sempre attuale!)? Haydn era venerato da Mozart che non brillava certo per complimenti ai colleghi, e Haydn considerava Mozart il più grande: suonavano insieme in quartetto, Mozart alla viola, con Vanhal e Dittersdorf! Mozart gli dedica i suoi più bei quartetti, tra cui "Le dissonanze" che solo Haydn allora comprende e apprezza! Ma tutto ciò oggi si perde, sbiadisce nella giostra festosa della spettacolarizzazione, dove il tempo è stato sostituito dalla velocità: tutto deve essere veloce e non si devono lasciare cesure nel tempo poiché sarebbe drammatico il silenzio.
Haydn è divenuto per me il simbolo stesso delle contraddizioni del nostro tempo: non voglio essere lagnoso, O tempora, o mores! la mia attività dimostra il contrario, ciò che intendo è che l'abbandono del bello ha portato con sé una serie di preoccupanti contraddizioni: se oggi si ascolta pochissimo la musica di Haydn (se vuoi leggi Mozart, Beethoven, Telemann etc.) è perché questa richiede fatica anche da parte dell' ascoltatore, e la fatica richiede tempo, intimità, umiltà, aspetti ormai alla berlina nella nostra imperante cultura.
Haydn incarna oggi l’altra faccia dell’arte: la fruizione dell’arte oggi è fatto di mondanità (quando la mondanità non crede d’essere essa stessa arte, la moda...) non si va all’opera, si va alla prima della Scala! Al silenzioso ingresso in una pinecoteca si preferisce la chiassosa fila alla mostra di cui tutti parlano! Non si va al concerto, si va a vedere il direttore (o la di lui capigliatura)!
Povero Haydn! Maestro dei maestri, destino toccato a molti pittori fiamminghi, oggi è oscurato dai suoi epigoni. Eppure forse anche per ciò la sua opera appare oggi, a chi la sa apprezzare, ancor più attuale: non solo le sue straordinarie innovazioni, le geniali architetture, la profondità del suo pensiero, in una parola la sua musica, ma anche e soprattutto il trattamento che gli è stato riservato dai programmi di concerto ci fa capire una volta di più che alla bellezza si può arrivare solo attraverso un duro, faticoso lavoro. Un lavoro che è soprattutto silenzioso. Dice Simone Weil: "La musica nasce dal silenzio per ricondurci ad esso, capaci di ascoltarlo".

Il coro della Cappella Musicale di San Marco